Sellero, il Centro 3T

Il Centro 3T – Tre Torri a Sellero rappresenta un prezioso reperto di archeologia industriale, esemplare nella sfida che lanciano al territorio e al mondo della creatività: trovare una nuova funzione a quanto, pensato per una ben specifica attività produttiva, debba trovare una nuova utilità. Sorte nei primi anni quaranta, erano parte di un sito produttivo di carburo e calciocianamide che, attivo dal 1925, ha dismesso le proprie attività alla fine degli anni sessanta, lasciando le fornaci come sua ultima testimonianza. La memoria custodita dall’edificio è vissuto collettivo quanto storia industriale: esse sono il luogo d’incontro tra la memoria individuale, delle popolazioni locali e le dinamiche, macroscopiche, dell’industrializzazione nazionale ed europea. Recentemente restaurate, le Tre Torri appartenevano all’ex Sefe, vecchia azienda specializzata nella produzione di carburo di calcio, oggi considerata sito archeologico industriale. Oggi i tre forni sono simbolo di un turismo orientato alle tradizioni produttive, ma anche di una comunità locale fortemente legata alla cultura del lavoro. Oltre che meta turistica, è luogo ricreativo e di aggregazione per gli abitanti della zona. L’Associazione P.I.R., Post Industriale Ruralità – Post industrial for a new rurality, di Daniela Poetini, Silvia Mondolo e Francesca Conchieri, che gestiscono il Centro 3T, struttura percorsi didattici e di ricerca legati alla storia sociale e tecnica dell’edificio, ricollocandolo all’interno del processo di sviluppo industriale della Valle Camonica, strategie sostenibili dal punto di vista ecologico e sociale, promuovendo una rinnovata ruralità tra orticoltura e reinvestimento di scarti produttivi, e l’esplorazione dei linguaggi contemporanei capaci di sintetizzare e veicolare la scoperta di tali contenuti.

LA VASCA SEB

La vasca di carico era parte dell’impianto di derivazione delle acque Malonno-Cedegolo costruito dalla “Società Elettrica Bresciana” (SEB) nel 1909-1910 per generare energia elettrica nella sottostante centrale di Cedegolo. Le acque del fiume Oglio, captate a Malonno con un’ imponente opera di presa, dopo un percorso di circa 8 km attraverso un canale in muratura, giungevano alla vasca di carico. Qui l’acqua s’immetteva nei tubi della condotta forzata e con un salto di 92 metri alimentava le turbine della centrale.
La vasca di carico di forma trapezoidale – con una lunghezza di circa 100 metri, una  larghezza massima di 12 e una profondità media di 3.50 metri – aveva una capacità utile di circa 2000 metri cubi. Lungo il lato obliquo era posto lo sfioratore lungo 34 metri e in grado di smaltire la portata massima pari 10 mc/s. L’ acqua in eccesso tracimante dallo sfioratore veniva raccolta in un canalone a forte pendenza e avviata al pozzetto di imbocco del tubo di scarico. Due paratoie della larghezza di 1.20 metri permettevano, con la loro manovra, lo svuotamento e lo spurgo della vasca immettendo anch’esse, con uno scivolone di raccordo, nel pozzetto d’imbocco del tubo scaricatore.
L’ imbocco dei tubi della condotta forzata era al fondo di un pozzo unico, soprelevato sul fondo della vasca di 50 cm e protetto da una griglia (con un fronte di m 5,70 ed una larghezza di m. 2.50) per impedire l’ingresso delle ghiaie. Nella parte inferiore del pozzo, protetto da paratoie manovrabili dall’interno del fabbricato che lo ricopre, imboccavano i due tubi della condotta forzata ( costituiti da lamiera chiodata, con un diametro iniziale di metri 1.70 che si riduce a 1.50 appena fuori dal muro, erano lunghi 194 metri per un peso di circa 170 tonnellate). Le condotte forzate, adagiate sulla mezza costa rocciosa, appoggiavano sopra colonnotti in muratura coll’interposizione di selle di appoggio. Nella parte inferiore le tubazioni, sospese e aumentate di spessore, attraversavano il fiume Oglio mantenendo l’inclinazione della montagna e senza bisogno di sostegni speciali. Ciascuna conduttura era dotata di tre aperture (passi d’uomo) per permettere l’accesso degli addetti alla manutenzione e di un tubo di sicurezza verticale, installato nella parte superiore, per consentire lo sfiato dell’aria e impedire la formazione del vuoto.
Lo scarico della vasca era costituito da un tubo di circa 160 metri. Situato parallelamente e in maniera analoga alla tubazione principale (diametro di 1.5 metri per i primi 28 metri e di 1 metro per i rimanenti). Per evitare la messa in pressione e per  attenuare la velocità dell’acqua, alla estremità inferiore il tubo si diramava in tre parti che sboccavano in un pozzetto. Da qui l’acqua, scaricata attraverso un ciglio sfiorante lungo 10 metri, si riversava direttamente nell’Oglio. Lateralmente un’incisione impediva che a scarico inattivo i tubi fossero immersi nell’acqua e col gelo si ostruissero le bocche di efflusso. Una piccola apertura, munita di paratoia, permetteva infine lo svuotamento e lo spurgo del pozzetto.
Con la disposizione della centrale al di là del fiume era eliminato il pericolo in caso di rottura delle tubazioni. L’acqua si sarebbe riversata nell’Oglio, lungo la parete rocciosa, senza produrre alcun danno.
E’ di successiva costruzione l’impianto di depurazione delle acque destinate al sistema di raffreddamento degli impianti della centrale idroelettrica. Il piccolo fabbricato, eretto nello spazio compreso tra le condotte forzate e il tubo di scarico, copriva una vasca munita di griglia nella quale veniva immessa l’acqua che, dopo un processo di purificazione con carbone vegetale, veniva convogliata con apposita tubazione alla sottostante centrale.
Con la dismissione nel 1962 dell’impianto Malonno-Cedegolo, l’opera idraulica venne abbandonata, fino a quando nel 2012 il Comune di Sellero si dedicò ai lavori di recupero che portarono il sito allo stato attuale. La vasca, riempita di terra, diviene terreno calpestabile con attrezzature ricreative. I manufatti vengano restaurati e si è provveduto alla ricostruzione di alcuni componenti mancanti (paratoie e griglie) verosimili a quelle originali.